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La lezione di Marco Aurelio

Ho un debole per Marco Aurelio.

I suoi Ricordi (Tà eis heautón, “Colloqui con se stesso”) sono uno dei miei libri preferiti.

Nel suo splendido testamento spirituale, il grande imperatore filosofo romano medita sulla condizione esistenziale, la vita, la morte, l’universo, la fortuna, i valori umani. Si confessa senza remore e descrive l’aeternum internum, quel bene interiore che ci porta a una continua rinascita spirituale. Anche Seneca, in una lettera consolatoria, ricorda alla madre Elvia che serbiamo dentro di noi questo bene perenne e inalienabile. Sant’Agostino ha ripreso il concetto e lo ha esaltato. Per il famoso teologo e dottore della Chiesa, la nostra anima è l’unica depositaria del bene e della verità.

Ho l’età in cui ci si illude di avere imparato a vivere ma in realtà sto imparando a morire. E lo faccio con la certezza di Marco Aurelio che “in qualsiasi momento sarò sorpreso dalla morte, sarò pur sempre un uomo fortunato”. Non che io desideri togliere il disturbo, sia chiaro, sono ancora troppo giovane per uscire di scena. Intendo dire che quando finisce l’età delle illusioni, degli sforzi spesso vani per convincere gli altri che esisti, dell’affanno mondano, si accarezza con piacere la riflessione. Si abbandona la palestra rumorosa in cui ci siamo fatti i muscoli per indulgere a una nuova disciplina, dove il silenzio diventa più amabile del frastuono e il disincanto ci apre gli occhi. Si muore dentro per rinascere diversi, migliori. In questa nuova dimensione del vivere, purché si tesorizzino gli errori del passato e ci si mantenga giovani nell’animo, corre l’obbligo di meditare, aprirsi a nuove scoperte e ritrovare le piccole-grandi cose smarrite a causa della disattenzione e della fretta. Come fece Marco Aurelio.

“C’è un piccolo podere, una piccola villa di campagna, pronto rifugio al tuo dolore. Podere e villa hanno un nome: Interiorità tua”. Furono queste le sue conclusioni.


Ai miei lettori, qualunque sia la loro età, voglio rivolgere lo stesso invito.

Viviamo in una società alienante, in caduta libera. Ma ci sarà un fondo?

L’humanitas è mortificata dalla ricerca spasmodica del profitto, dagli interessi materiali, dai giochi sporchi della politica, dalla lotta senza scrupoli per il potere, dal consumismo impietoso, dal trionfo dell’effimero, dalla manipolazione e dal pensiero unico, mediato dal relativismo che annichilisce. Galleggiamo nel caos e nella frustrazione, coi sensi infiammati. Siamo confusi, avviliti, arrabbiati. Le ragioni? Basta guardarsi attorno. Abbiamo a che fare con la precarietà, l’incertezza, l’incomunicabilità, la solitudine, la prepotenza, l’inganno e l’ingiustizia. Il Covid ha reso ancora più catastrofica la situazione generale. La realtà è grigia come l’ardesia, ci annebbia e deprime, e rimpiangiamo il tempo in cui la vita era più docile, più solare, più facile. Per quanto non sia mai stato facile stare al mondo, senonché una volta chi seminava raccoglieva e non si viveva con la spada di Damocle sopra la testa. Un malessere interiore non ben definito ci sta togliendo le forze nel momento in cui ci serve uno scatto d’orgoglio. Ma non è facile produrlo. Intorno a noi vediamo persone più stanche di noi e ormai rassegnate. Vediamo tanta brava gente che non ce la fa più, non riesce nemmeno più a esternare il proprio disagio. Avremmo bisogno della panacea per guarire. Ci servirebbe un nuovo umanesimo. Di più, il ritorno di un Illuminato. Buddha o lo stesso Gesù. Fate voi.


Invece, dobbiamo sopportare i falsi e mediocri profeti e i cattivi maestri che inquinano le menti. La corruzione più smodata, nel nostro paese, non è quella perpetrata da una classe politica vomitevole. È la dissoluzione morale. È la resa incondizionata dello Spirito. Un giorno, Gesù disse: “Voi siete il sale della terra. Ma se il sale perde il sapore, con che cosa gli si restituirà?” (Mt V, 13). Queste parole devono farci riflettere. Se il mondo ci delude, non dobbiamo arrenderci né uniformarci ad esso. Possiamo recitare la nostra parte nel mondo senza diventarne succubi. Non occorre chiudersi in convento o fuggire su un’isola tropicale, due tentazioni che passano per la testa di chi è disgustato. Possiamo conservare la nostra indipendenza, la nostra libertà, la nostra dignità e integrità continuando a fare il nostro dovere anche in mezzo a gente che non ci capisce e non ci ama. Non è facile, lo so, ma provarci è un obbligo morale.

La soluzione esiste: dobbiamo fare tesoro della lezione di Marco Aurelio. Dobbiamo affidarci alla bellezza che è dentro di noi e sforzarci di essere sapidi in un mondo di gente insipida. Abbiamo il dovere e il diritto di ribellarci alla stupidità, alla vacuità, all’ignoranza, alla cattiveria che ci circonda e che in certi momenti ci spaventa. Personalmente, ho imparato che c’è un solo modo per non cadere nel vuoto pneumatico che incombe: starne alla larga. Per questo motivo, ho scelto di essere un piccolo granello di sale anziché diventare un servile, fetido pezzo di m….


Mi piace pensare che se Marco Aurelio fosse in vita, mi apostroferebbe così: “Tu che non hai reso te stesso né tiranno né schiavo di nessun uomo”.


Giuseppe Bresciani ©



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